Piattaforme per l’IoT

Cosa si intende per piattaforma per l’Iot?


Si sente parlare tanto di Piattaforme ed ecosistemi quando si parla di Internet delle cose e vi è sicuramente una ragione molto forte. La connettività da sola non basta a far sviluppare le potenzialità dell’IoT come emerge dalla figura 1, dove sono riportati i principali elementi dell’ecosistema associato. Questa affermazione ha validità generale quando si parla di tutti gli altri servizi e tecnologie per le quali l’aspetto della comunicazione è solo uno dei fattori abilitanti.

Figura 1. Ecosistema dell’IoT (fonte https://iot.ieee.org/[1])

Le aziende che mirano ad entrare in questi mercati devono essere consce che saranno sempre parte di un ecosistema in cui diversi attori contribuiranno a realizzare una porzione. Ciò significa che gli ecosistemi sono in ultima analisi l’unità competitiva nell’IoT e che la battaglia sarà tra questi ecosistemi, non tra le singole aziende. Inoltre, ci saranno non singoli ma molti ecosistemi interconnessi. Un ecosistema di ecosistemi se si vuole. Già oggi ve ne sono una pluralità, sia nel mondo consumer che nel mondo industriale.

In particolare, un ecosistema è molto più che un insieme di accordi tra aziende che hanno la stessa visione. È una rete di entità organizzative indipendenti che interagiscono molto strettamente per creare valore reciproco. Ciò, a sua volta, crea interdipendenza tra i partner dell’ecosistema. Tutti i partner condividono lo stesso destino – i singoli partner avranno successo solo se l’ecosistema ha successo.

Questa dinamica complessa rappresenta una sfida per le aziende che cercano di definire una strategia di IoT, anche perché le scelte strategiche, peraltro effettuate in assenza di standard, sono sovente non reversibili. Un processo strategico efficace richiede una migliore comprensione della creazione degli ecosistemi.

La Figura 1 evidenzia l’esistenza di 3 aspetti chiave dell’ecosistema:

  • le attese del mercato
  • l’effetto virtuoso del network
  • le piattaforme.

In particolare, la piattaforma diventa un elemento fondamentale dell’ecosistema e per molti aspetti una forte opportunità di investimenti e di servizi. Esempi includono la suite Azure IoT di Microsoft, AWS IoT di Amazon, Hana di Sap, Watson di IBM.

Gli altri due ingredienti dell’ecosistema sono invece più sfumati e impegnativi da comprendere per le imprese. Il sostegno ad un ecosistema richiede infatti molto di più che predisporre una piattaforma e rendere disponibili a terzi le API (Application Programming Interface), cioè le Interfacce di programmazione che permettono di fare usare il software ad altri operatori.

Le aziende devono dispiegare piattaforme IoT che soddisfano le aspettative dei clienti e dei partner in termini di funzionalità, affidabilità, sicurezza e flessibilità.

La piattaforma deve consentire non solo soluzioni verticali, ma un vero e proprio ecosistema sotto forma di mercato per i prodotti e servizi di IoT.

La strada in questo senso è stata aperta da Apple e da Android, che si stanno muovendo da tempo in questa direzione. Nelle figure dalla 2 alla 7, sono mostrati i principali ecosistemi disponibili ad oggi sul mercato. Si possono vedere caratteristiche comuni dal punto di vista implementativo, ma sono presenti anche alcune specializzazioni.

Figura 2 – Visione di Insieme della Piattaforma AWS di Amazon (fonte Amazon Aws)

Figura 3 – Visione di Insieme della Piattaforma Azure di Microsoft (fonte Microsoft)

Figura 4 – Visione di Insieme della Piattaforma HANA di SAP (fonte SAP)

Figura 5 – Visione di Insieme della Piattaforma IBM Bluemix (fonte IBM)

Figura 6 – Visione di Insieme della Piattaforma HP Enterprise (fonte HPE)

Figura 7 – Visione di Insieme della Piattaforma Siemens (fonte Siemens)

Come si può vedere il cuore della piattaforma sono i servizi e le applicazioni che sono rese disponibili all’utente, nonché la capacità di interoperare con altri fornitori di servizi, le cosiddette terze parti (third-parties) che diventano i veri promotori di innovazione.

Per il mondo del prodotto si pensi a quanto avvenuto in Apple con iPhone: una piattaforma hardware e software, dove il driver di mercato sono le applicazioni sviluppate da terze parti. E cosi sta avvenendo anche con applicazioni industriali dove chi predispone la piattaforma si lega a terze parti dell’automazione per creare un ecosistema del valore (è il caso per esempio di Siemens ed IBM che stanno facendo sinergia per le loro piattaforme Mindsphere e Watson).

Le API sono i blocchi di base di un ecosistema di IoT e le aziende coinvolte devono puntare allo sviluppo di una forte strategia API, per rendere gli utenti autonomi e in grado di sviluppare applicativi di valore, o di usare quelli di terzi.

Il mondo degli smartphone insegna che esistono una serie di moduli di libreria che permettono di sviluppare applicazioni che accedono all’hardware e che determinano quindi il successo di quel particolare telefono nella comunità degli sviluppatori.

Da un lato, progettare e supportare API per tutti è poco pratico ed il rischio può essere quello di avere una limitata specializzazione, dall’altro lato, soprattutto nel mondo industriale, avere un portafoglio di applicazioni preconfigurato può essere un ottimo criterio di scelta di una piattaforma piuttosto che un’altra. Infatti se l’utilizzo delle API è troppo oneroso o non crea un valore sufficiente, i partner dell’ecosistema saranno riluttanti a investire tempo o sforzo.

Per la stragrande maggioranza delle aziende che adottano l’IoT si tratta di introdurre nuove tecnologie accanto all’offerta esistente.

Uno livello minimo di offerta tecnologica IoT comprende applicazioni cloud, hardware ed edge (la capacità di elaborare in locale su alcuni dispositivi parte delle informazioni), integrazione di sistemi, gestione di rete e connettività, analisi e memorizzazione dei dati, sicurezza, logica di business e applicazioni per l’esperienza utente.

Tentare di costruire un sistema così complesso può rallentare lo sviluppo fino ad arrestarlo. Per le startup, che dipendono dal successo iniziale, questo può rappresentare il colpo di grazia, mentre per le aziende avviate, impiegare due o tre anni per sviluppare un’infrastruttura IoT potrebbe significare cedere quote di mercato a un concorrente più produttivo.

Va tenuto conto che è fondamentale creare ecosistemi di filiera per ridurre il time to market di una applicazione IOT: non ha senso investire energie per replicare la piattaforma, conviene invece lavorare per promuoverne alcune di riferimento, tenendo bene a mente che mondo consumer e mondo industriale sono molto diversi.

I requisiti dell’IoT di consumo sono relativamente inferiori: la quantità di dati coinvolti è minore, il valore dei dati è inferiore e gli stessi sono utilizzati in misura minore.
Viceversa, i requisiti dell’IoT industriale sono di gran lunga superiori: il volume dei dati è enorme, di un valore probabilmente maggiore anche dell’hardware fisico, e possono essere utilizzati in tutta la catena del valore di un’azienda.

Così, se non ha chiare tali differenze, un’azienda B2C impegnata nel lancio di una linea prodotti può esaurire rapidamente il proprio budget investendo in una piattaforma IoT di grado industriale di difficile gestione. Al contrario, un produttore dell’industria che investe in un’infrastruttura IoT progettata per il grande consumo si ritroverà probabilmente con un sistema totalmente inadeguato.

Come accennato, i dati variano in termini di volume, sensibilità e rischio. Privare chi utilizza un certo dispositivo di determinati dati potrebbe risultare conveniente oppure avere conseguenze catastrofiche.

Il traffico di dati IoT è spesso inteso come unidirezionale, con l’acquisizione, la memorizzazione e la presentazione dei dati dei dispositivi. Tuttavia può essere anche bidirezionale e consentire ai produttori di monitorare, controllare e perfino riparare da remoto i sistemi. Per le aziende che operano a livello globale potrebbero anche presentarsi problemi inerenti la sovranità dei dati.

Molti fornitori di piattaforme promuovono un modello IoT basato al 100% sul cloud e, in certe situazioni, il cloud computing può essere assolutamente efficace e sufficiente. Ma la totale assenza di sistemi di calcolo distribuito (i sistemi edge) può rappresentare un grosso problema.

Per capire se una piattaforma basata su cloud sia sufficiente, è necessario porsi alcune domande.

Che cosa accade alla mia soluzione se la rete non è più utilizzabile?

Quanti dati devono essere inviati ai server del cloud, con quale frequenza e quali sono le implicazioni in termini di costo?

L’invio di dati ai server cloud remoti è conforme alla governance interna, alle esigenze dei clienti e alle leggi applicabili?

Se le risposte a queste domande fanno sorgere dubbi, è necessario porre molta attenzione alla scelta.

Cosa è allora opportuno fare per un’azienda che abbia compreso la necessità di utilizzare l’IoT ma non abbia piena certezza sulle scelte da intraprendere?

Suggeriamo che essa faccia comunque i primi passi (con progetti pilota) per iniziare a comprendere quello che serve e quali sono le risorse che vanno coinvolte. In ciò è importante non tanto puntare sul replicare infrastrutture quanto su imparare ad usarle e padroneggiarle.

Figura 8 – Visione di Insieme della strategia IoT

Riferimenti

[1] https://iot.ieee.org/

[2] Simplify the development of your IoT solutions with IoT architectures. IBM white paper


Si sente parlare tanto di Piattaforme ed ecosistemi quando si parla di Internet delle cose e vi è sicuramente una ragione molto forte. La connettività da sola non basta a far sviluppare le potenzialità dell’IoT come emerge dalla figura 1, dove sono riportati i principali elementi dell’ecosistema associato. Questa affermazione ha validità generale quando si parla di tutti gli altri servizi e tecnologie per le quali l’aspetto della comunicazione è solo uno dei fattori abilitanti.

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